giovedì 3 settembre 2020

Basket NBA: Luka Magic? No, Luka Drazen

 

Il sorriso di Luka Doncic (sport.sky.it)

Premessa: quando nel Draft del 2018 i Phoenix Suns e i Sacramento Kings non presero Luka Doncic con le prime due scelte, il mio “furiosissimo sdegno” era in tutto e per tutto paragonabile a quello di Ezechiele 25:17, il finto passo biblico citato da Jules Winnfield-Samuel L. Jackson prima di ammazzare qualcuno in Pulp fiction. L’idea che l’acerbo centro bahamense da Arizona, DeAndre Ayton, potesse convincere più dello sloveno il tecnico dei Suns, quell’Igor Kokoskov che lo aveva appena allenato nella Nazionale campione d’Europa, o che il presidente dei Kings, Vlade Divac, non riuscisse a vedere la straordinaria classe e soprattutto la natura di giocatore “fatto e finito” di Luka preferendogli l’anonimo Marvin Bagley da Duke, mi faceva letteralmente impazzire.

A ben vedere, Luka è stato una vittima per così dire “postuma” di una mentalità che pensavamo avesse ormai fatto il suo tempo nella NBA, ovvero la diffidenza nei confronti dei giocatori europei (o comunque non di formazione americana); tuttavia, nel caso specifico parliamo di un giocatore che ad appena 18 anni aveva dominato l’Eurolega con il Real Madrid, vincendo il trofeo e venendo nominato MVP assoluto e miglior giovane della manifestazione, e l’idea che il livello del massimo torneo continentale possa essere in qualche modo paragonato a quello della NCAA è senza mezzi termini una stupidaggine. Ma anche a non volersi fidare dei numeri di Luka in Eurolega (16 punti, 5 rimbalzi e 4 assist in appena 26’ di media), per capire di essere davanti a un giocatore speciale sarebbe stato sufficiente guardare le partite, specie quelle punto a punto che lo sloveno ha più volte deciso con canestri incredibili, o magari perdere qualche ora per seguire i trionfali Europei 2018, altra manifestazione della quale Luka non è stato nominato MVP solo perché il suo compagno Goran Dragic è stato ancora più decisivo, segnando 35 punti in finale contro la Serbia.

Eppure, gli scout e i GM della Lega – a parte ovviamente quelli di Dallas – non hanno compreso il talento assoluto e l’attitudine da veterano già in possesso di Luka; si può dire che gli unici a non dover recriminare sulla sua mancata scelta siano stati gli Atlanta Hawks, che dopo averlo selezionato con la numero 3 lo hanno girato ai Mavs in cambio di un altro giocatore di culto, Trae Young, e una scelta al primo giro del 2019 poi diventata Cam Reddish da Duke, ancora – diciamo così – un “progetto” anche se ha chiuso l’annata da rookie in doppia cifra di media. Ma l’eccezionalità di Doncic non poteva certo sfuggire a Donnie Nelson, presidente e GM dei Mavericks, e al coach campione NBA nel 2011 Rick Carlisle.

Il buzzer beater da tre punti che ha deciso gara-4 con i Clippers (eurosport.it)

Dallas ha infatti una buona tradizione di giocatori europei, a parte il grande Dirk Nowitzki scelto nel 1998 da papà Don, e ha accolto Luka con grandi aspettative: aspettative che sono state subito sbriciolate dalle prestazioni e dall’approccio dello sloveno. Ancora una volta, i numeri (21 punti, 8 rimbalzi e 6 assist al primo anno; tripla doppia sfiorata da 29+9+9 in questa stagione) non dicono letteralmente nulla dell’impatto di questo fenomeno sull’intera NBA. Forse qualcosa la dicono i playoff che ha giocato a 31 di media, realizzando due triple doppie consecutive e segnando 43 punti e il canestro della vittoria sulla sirena dell’overtime in gara-4 contro i Clippers. Oggi sono tutti tifosi di Luka e sventolano come asciugamani in panchina i paragoni con Magic Johnson, ma così è facile. Non credete?

A proposito di Magic: è ovvio che l’hall of famer dei Lakers sia il prototipo del playmaker di 2 metri e con doti tecniche e fisiche fuori dal comune, ma dal punto di vista delle caratteristiche è molto diverso da Luka. Johnson era decisamente una pass-first point guard, un giocatore il cui primo pensiero era l’assist per un compagno (anche se poi era capace di esplosioni realizzative, e anche lui era clutch, oh se era clutch!). La qualità delle letture di Doncic è invece strettamente legata alla sua pericolosità offensiva e alle scelte delle difese in termini di cosa concedergli. Luka può tirare da qualunque distanza, liberandosi del difensore con uno step-back lunghissimo, ma può anche andare dentro sfruttando, a dispetto della velocità di base non eccelsa, la capacità di accelerare e rallentare all’interno dello stesso movimento; in più, ha in faretra uno eurostep in stile Ginobili e, grosso com’è, riesce ad assorbire i contatti e chiudere al ferro anche subendo fallo. Insomma, incontenibile.

Un'iconica immagine di Drazen Petrovic (corrieredellosport.it)

A Magic, forse, lo avvicina più di ogni altra cosa il sorriso. La gioia di essere sul campo di basket, l’amore per questo sport, la passione che lo guida. Una felicità contagiosa, che eleva l’umore e il livello dei compagni. Un atteggiamento opposto a quello del suo più illustre predecessore, l’europeo che per primo incantò la NBA (quando gli europei, la NBA, la vedevano con il cannocchiale): Drazen Petrovic. “Mozart”, a differenza di Luka, era letteralmente consumato dalla passione per il gioco: un competitivo ossessionato dal desiderio di diventare sempre più forte e più decisivo, un campione strappato troppo presto al basket da un destino inaccettabile.

Doncic lo ricorda come ruolo (play realizzatore? big guard?), come impatto, per certi versi come storia – anche Drazen arrivò a Portland dopo aver dominato in Europa, ma quando aveva già 25 anni, ed esplose solo due stagioni più tardi a New Jersey – e dà la netta impressione, vista la giovanissima età, di poter diventare forte quanto il serbo (che ad oggi è senza dubbio il miglior giocatore europeo di sempre), ma più felice. Di poter mantenere le promesse che a Petrovic non fu permesso di mantenere, e di farlo con il sorriso sulle labbra. E non è poco.

mercoledì 2 settembre 2020

Musica: Brunori Sas a Roccella, altro che… “concertino”

Il concerto della Brunori SAS a "Roccella Jazz"

«Sa la Madonna cosa c’entra Brunori col jazz», commenta un amico di Facebook quando posto una foto del palco di Roccella Ionica ancora vuoto in attesa del concerto del cantautore cosentino. Ineccepibile, nonostante il direttore artistico di “Roccella Jazz” Vincenzo Staiano si arrampichi sugli specchi in presentazione argomentando che, se diversi jazzisti gli hanno confidato di ammirare Brunori, significa che il Nostro è universale e quindi ci sta anche in un contesto solitamente di nicchia. Per di più – ci ricorda Staiano – è il primo artista calabrese ad avere l’onore della chiusura di un festival che negli anni, soprattutto quando si chiamava “Rumori Mediterranei”, ha portato in Calabria l’élite del genere. Ma l’élite vera, non per dire.

Per rendere immediatamente comprensibile la mia posizione al riguardo, cito la risposta che ho dato all’amico di Facebook: «Futtitinni» («frègatene», per i non siciliani). Perché se è vero che la musica è uno dei pochi, pochissimi ambiti in cui la distinzione di “genere” ha ancora un senso – al netto dell’arzigogolata definizione di crossover che ci confonde da una trentina d’anni – è altrettanto vero che la fame di note, di applausi, di cori, insomma di concerti ci fa... digerire facilmente anche degli abbinamenti non proprio ortodossi. Inoltre, la scelta di Brunori di anticipare la ripresa, anzi l’inizio del suo tour nei palazzetti (rinviato in primavera) con una serie di “concertini acustici” in location più appartate e minimaliste rendeva l’appuntamento di chiusura di “Roccella Jazz” un evento di quelli da non perdere.


E così in effetti è stato. Con al suo fianco la formazione pressoché originale della Brunori SAS (Dario Della Rossa alle tastiere, Massimo Palermo alla batteria, Mirko Onofrio ai fiati, Stefano Amato contrabbasso e violoncello, Simona Marrazzo ai cori) non si è limitato a un “concertino” ma ha riversato sul palco del teatro al Castello mesi di frustrazione e di incertezza (lui che sul tema dell’incertezza ha messo su pure uno spettacolo teatrale) scatenandosi in canti e balli come se di fronte, anziché i mille-milleduecento spettatori ammessi per le regole anti-Covid, avesse i diecimila che lo aspettano quest’inverno al Forum, al PalaEur, a Casalecchio o al Pentimele: molte date già sold out e pubblico che freme da mesi per riabbracciare il suo cantore.

Il problema principale per Dario Brunori classe 1977 da Joggi, frazione di Santa Caterina Albanese, sta proprio qui. Cip!, il suo quinto album pubblicato e gennaio e già premiato con il “Tenco” e con il disco d’oro (sulle orme del platino “incassato” dal precedente e strepitoso A casa tutto bene), sembrava infatti già ai primi ascolti un disco pensato per essere eseguito live nei palazzetti: cori e intermezzi ritmati un po’ dovunque, batteria in quattro quarti, arrangiamenti pop (it-pop, si dice ormai) e un filo narrativo ideale per intrattenere il pubblico fra un brano e l’altro. E hai voglia a dire che basta provare, e tanto; se non ti cimenti davanti alle folle non capirai mai la resa di una simile operazione.


Tanto che Brunori ha voluto cambiare qualcosa proprio nei pezzi tratti da Cip!, ben otto (con la struggente Quelli che arriveranno presente in scaletta ma non eseguita, con grande sollievo di quanti sono stati squassati dal testo scritto insieme ad Antonio Dimartino); via il ritmo pari di Capita così e Al di là dell’amore, ridimensionati i cori di Anche senza di noi e il “tiro” di Fuori dal mondo, curiosamente velocizzata Per due che come noi. E così, qualche passaggio è risultato ancora da affinare in termini di arrangiamento, così come la resa vocale dello stesso Brunori apparso poco sicuro specie sulle note alte, mentre nei brani più datati la collaudata SAS ha sostenuto alla perfezione il suo sforzo scatenando il (per niente compassato, che bella sorpresa) pubblico roccellese.

Inizio di concerto dedicato appunto a Cip! con cinque brani: Il mondo si divide e Mio fratello Alessandro al piano, poi alla chitarra Anche senza di noi e i due singoli Capita così e Al di là dell’amore prima di introdurre – con la solita tirata fake sul suo pubblico che purtroppo vuole sentire i pezzi vecchi, cosa che invece secondo me gli piace da morire – la canzone che ha cambiato la vita del cantautore calabrese: Come stai, anno 2009, singolo tratto dall’album d’esordio Vol. 1 vincitore del Premio Ciampi al “Tenco”. Come previsto, il pubblico si scalda e le successive Bello appare il mondo e soprattutto Fuori dal mondo, anch’esse tratte da Cip!, tengono alto il livello di coinvolgimento.


Tornato a sedere al pianoforte, Brunori regala una parentesi intimista con Un errore di distrazione (colonna sonora del film L’ospite di Duccio Chiarini, finalista ai David di Donatello) e LA canzone del nuovo disco, ovvero Per due che come noi, terzo singolo tratto da Cip! e la più “sanremese” – absit iniuria verbis – della produzione brunoriana. Sulla quale ho una teoria: trattasi di brano risarcitorio per Simona Marrazzo, corista e storica fidanzata del Brunori, che non doveva aver preso benissimo l’ultima strofa di Secondo me («Secondo me dato che sono diciott’anni che ci vogliamo bene / E che dormiamo insieme / A che ci serve un prete o un messo comunale / Se c’è una cosa innaturale / È doversi dare un bacio / Davanti a un pubblico ufficiale»).

Quindi ben cinque brani dal pluripremiato A casa tutto bene: subito, un po’ a sorpresa, Diego e io, scritta a quattro mani ancora con Antonio Dimartino e dedicata a Frida Kahlo, poi una Lamezia Milano un po’ sacrificata dalla veste acustica (che brano sfortunato: Brunori aveva realizzato un video con Neri Marcorè terrorista all’aeroporto di Lamezia, video che non è stato mai pubblicato a causa degli attentati che nel 2017 presero di mira proprio gli aeroporti), l’accoppiata per così dire “civile” L’uomo nero-Don Abbondio e infine, per il “momento-brividi”, la splendida Canzone contro la paura, manifesto artistico e umano di Brunori nonché, manco a dirlo, mio brano preferito in assoluto del cantautore cosentino.

Il primo “regalo” al pubblico roccellese arriva al piano: dopo Kurt Cobain, strepitosa ballata che – giuro – non c’entra nulla con il compianto cantante dei Nirvana ma è una riflessione agrodolce sulla caducità e sul peso della fama, anziché seguire la scaletta con Quelli che arriveranno Brunori spiega di aver voglia di suonare un’altra canzone, Arrivederci tristezza che insieme alla precedente costituisce il cuore del bellissimo e fortunatissimo Vol. 3-Il cammino di Santiago in taxi (ci credereste? Aveva pensato di non farla!). Altra piccola sorpresa nei bis, con un’aggiunta non prevista e infatti suonata al pianoforte dal solo Dario: Una domenica notte, unico brano tratto da Vol. 2-Poveri Cristi e raro caso di canzone che ha dato il titolo a un film (diretto da Marco Albano nel 2013 con colonna sonora e perfino un cammeo del Nostro), pezzo delicato e disperato allo stesso tempo che Brunori, a mia memoria, non eseguiva dal vivo da un bel po’.

Il finale, come spesso accade ai concerti di Brunori, è la parte migliore e trascina il pubblico a cantare come in un falò, quello di Guardia ’82 che conclude l’esibizione. Ma andiamo con ordine: subito prima arriva La verità, il brano di maggior successo della carriera di Dario, disco di platino con 10 milioni di visualizzazioni su YouTube, che ormai sappiamo tutti a memoria e possiamo quindi cantare a squarciagola e senza vergogna. Secondo problema della serata: l’orario. Dopo poco meno di due ore di concerto, sono appena le 23,30 del 30 agosto e Brunori vorrebbe aspettare una mezzoretta per cantare Guardia ’82  quando è già il 31 (ormai diventato San Brunori nell’immaginario collettivo dei fan), ma la platea è impaziente e così «Il 31 d’agosto / C’è una storia che nasce / E un’estate che muore» arriva giusto un po’ in anticipo. Ma così è: finisce l’estate e finisce, in bellezza, “Roccella Jazz”. Darione tornerà nella sua Calabria il 14 novembre, al Pentimele di Reggio Calabria, data ancora non sold out e quindi ancora di più da non perdere.


giovedì 20 agosto 2020

SOSTIENE PEREIRA: Surreali sanificazioni e il candidato a sua insaputa

Di Antonio Pereira

A caval donato non si guarda in bocca. Ricevuti 76mila euro da "mamma Regione", ente che continua a dilapidare denaro sebbene le vacche grasse non pascolino più da tempo, Catenovirus ha pensato di metter su venti squadre per sanificare gli oltre cinquanta chilometri di costa messinese dopo il Ferragosto. Ennesimo bluff. E siccome non resiste a non apparire, poco dopo l'alba si è fatto immortalare su un litorale in posa estatica. Sui social  gliene hanno dette di tutti i colori, al Comune e all'Ars i pentastellati preparano interrogazioni, Luca Bottura su "Repubblica" lo ha preso elegantemente per i fondelli, ma la sintesi è questa: operazione inutile perché il Covid 19 non si propaga attraverso la sabbia. Ha reagito a modo suo, inveendo contro consiglieri comunali e virologi, millantando competenze che non ha.

Il punto non è che abbia sanificato (?) spiagge, che fra l'altro da Giampilieri a Orto Liuzzo restano sporche, ma che l'abbia diffuso a uso e consumo social ai fini di ottenere consenso.

Cateno ha diversi problemi: il principale dei quali è rappresentato dall'aver bisogno di affetto e plausi. Ha proprio bisogno di sentirsi dire bravo, per cui se qualcuno dissente o lo bacchetta va in crisi esistenziale. Se poi aggiungiamo che è portatore inconsapevole di diverse fobie e di un'ambizione senza freni sostenuta da un tatticismo politico rivoltante, ecco che finisce per irrompere attraverso i social nella vita di chiunque.

A me hanno fatto ridere le fotografie di quei tizi vestiti da astronauti dello Stretto in tute bianche che spruzzavano liquido sulle spiagge. Scene comiche. Mi è venuto in mente Lino Banfi in "Vieni avanti cretino", ma a Messina si è anche perso il senso del ridicolo, oltre ad aver registrato da tempo un vasto abbassamento della soglia individuale di dignità, per cui uno come De Luca trova praterie sconfinate.

Non contento di apparire costantemente per quel che è, ossia un venditore di fumo ammorbante, Cateno nelle stesse ore ha lanciato una boutade: Danilo Lo Giudice, sindaco-cameriere di Santa Teresa di Riva, "è disponibile a candidarsi alla presidenza della Regione". Boom! Su Lo Giudice non scriverò nulla perché non mi occupo di pupazzi, ma a Cateno - e ai suoi seguaci, soprattutto ai messinesi - qualcosa va detto.

De Luca con questa candidatura - ma non doveva essere lui il candidato? - ci giocherà. La utilizzerà, come fa sempre, per lucrare una qualche posizione: un posto nel listino del cavallo presuntivamente vincente, un seggio sicuro al Parlamento, qualunque cosa possa tornargli utile. Ottenute rassicurazioni farà retromarcia. Manca ancora molto tempo per il rinnovo di Sala d'Ercole, ma manca soprattutto troppo tempo per le elezioni comunali messinesi. Voglio vedere quanto durerà questa burla, se Movimento 5 Stelle e Pd, ad esempio, prepareranno una mozione di sfiducia: finalmente qualcosa di vero - al di là degli esiti - nel mare delle finzioni che Catenovirus sta riversando su una città semi-complice e dormiente. Saluti da Lisbona.

P.S.: Sostiene di chiamarsi Antonio Pereira, di essere un discendente del giornalista del Lisboa protagonista del romanzo di Tabucchi. Sostiene di avermi conosciuto in un giorno d’estate. «Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava». Solo che io non sono mai stato a Lisbona, quindi immagino che menta. E’ un uomo di età ormai avanzata, che ha problemi di cuore e la pressione alta. Un ex giornalista di cronaca nera al quale è stata affidata la pagina culturale del giornale. Ora, essendo piuttosto anziano e poco avvezzo all’uso dei social (né gli interessa), Antonio Pereira non ha un blog e mi ha chiesto di ospitare periodicamente le sue riflessioni.

martedì 11 agosto 2020

SOSTIENE PEREIRA: Il golpe di Junio Cateno Fiumedinese


di Antonio Pereira

"Dal 23 agosto non ci saranno più migranti a Bisconte. Se non sarà così, occuperò con voi (i sofferenti di Bisconte, i sovranisti di Bisconte, i neoleghisti di Bisconte, ndP) la Prefettura".

Alt. Rewind (porta il nastro indietro). Riflessione.

Ma chi sta parlando? Lo riconosco, mentre irrompe sul mio telefono il suo delirante post: una violenza, di per se stessa. Giacché mi trovo tra Lisbona e Sintra, che per quanto mi riguarda sono luoghi dell'anima. Vorrei silenziare, ma non posso. E allora reagisco.

È lui! Catenovirus, il guitto di Fiumedinisi, l'uomo che parla alla pecore. Nel suo ultimo travestimento: da zanzara drone attraverso Santino Ciolla  a minaccioso, improbabile, ridicolo, inverosimile, psichiatrico pseudogolpista. Smentito in ogni ordinanza (farlocca),  è ormai sempre più disperato. Alla ricerca costante di pance a cui parlare.

E si torna alle origini: non ho paura del Cateno che è lui, ma del Cateno che si annida in troppi di voi. Bisconte è solo una contingenza, il paradigma geografico e temporaneo, il ventre molle... l'uomo nero, le paure. Domani toccherà ad altri quartieri, altri messinesi, altri portatori di insano consenso. Perché è una grande conquista democratica che uno valga uno, ma è anche la più paradossale delle ingiustizie.

E così Catenovirus, ...il Virus... si trasfigura, e diventa Junio Cateno Fiumedinese: il golpista  da osteria e da strapazzo, da piazza e torrente, la triste maschera della paura e dell'inverosimiglianza. La burla, il pagliaccio che non ha la dolcezza di Pierrot, né l'intelligenza di Chaplin nel palleggiare il mondo con il fondoschiena. Intravvedo, casomai farsescamente, le mani sui fianchi che urlano da un balcone che non esiste, o che esiste solo nella sua mente minata e nelle menti degli accoliti mantenuti.

Ho pensato d'un tratto a Junio Valerio Borghese, ex comandante della Decima Mas, fascista impenitente, che nella notte tra il 7 e l'8 agosto del 1970 tentò, dopo aver fondato il Fronte nazionale, un colpo di Stato con la collaborazione di Avanguardia nazionale, guidata da uno squinternato che risponde al nome di Stefano Delle Chiaie, e del Sid - Servizio informazioni difesa, insomma i servizi segreti militari, guidati dal generale Miceli -  nonché frange minori dei carabinieri, un drappello di missini, la nascente P2. L'obiettivo era assaltare il Viminale, prendere in ostaggio il presidente della Repubblica, Saragat, alticcio dopo le 21, oscurare la Rai. E prendere il potere (mi viene da ridere).

E come voleva farlo questo golpe il principe Junio Valerio Borghese? Con gli agenti della Forestale! Perché non poteva contare neppure su una fionda, meno che mai un plotone di qualsivoglia forza armata. Uno stupido azzardo.

La storia si ripete, sebbene in salsa peloritana e quindi farsesca e ridicola.
Junio Cateno Fiumedinise ha promesso l'assalto alla Prefettura il 23 agosto se non sarà liberato da migranti (in fuga) e richiedenti asilo l'hotspot di Bisconte.

Al netto della considerazione secondo la quale basterebbe una gazzella dei carabinieri e una volante della polizia per presidiare i cancelli di Bisconte,  ma non gli danno né l'una né l'altra, Junio Cateno Fiumedinese questo assalto alla Prefettura con chi lo fa? Con i vigili urbani del commissario Giardina? No, impossibile. Ha altre truppe? Ad eccezione degli operai di Messina Servizi e dell' Atm, notoriamente disarmati, e della Vespa acchiappa deiezioni canine, che aspira e non spara, non ha truppe! E i colonnelli chi sarebbero? Carlotta Previti? Dafne Musolino? Gli assessori vecchi e nuovi? Orazio Miloro, uno che spende più soldi in gel che in sapone, così tronfio nel suo nonnulla.

Non ci sarà nessun assalto alla Prefettura: lo dico ai biscontiani in sofferenza e a chi verrà dopo di loro.
Alla prefetta Librizzi offro un consiglio, che come tutti i consigli gratuiti non sarà apprezzato: ordini un Tso preventivo per Junio Cateno Fiumedinese.
Due settimane in gattabuia, senza telecamere e Facebook. Sarà sufficiente per disinnescarlo da se stesso. E dai messinesi impoveriti e creduloni, iracondi e ignavi.

Ora mi godo castelli e boschi di Sintra. Ma si resta in trincea!

P.S.: Sostiene di chiamarsi Antonio Pereira, di essere un discendente del giornalista del Lisboa protagonista del romanzo di Tabucchi. Sostiene di avermi conosciuto in un giorno d’estate. «Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava». Solo che io non sono mai stato a Lisbona, quindi immagino che menta. E’ un uomo di età ormai avanzata, che ha problemi di cuore e la pressione alta. Un ex giornalista di cronaca nera al quale è stata affidata la pagina culturale del giornale. Ora, essendo piuttosto anziano e poco avvezzo all’uso dei social (né gli interessa), Antonio Pereira non ha un blog e mi ha chiesto di ospitare periodicamente le sue riflessioni.

mercoledì 5 agosto 2020

Catenovirus 6-la vendetta: alla ricerca dell’arcinemico


Renato Accorinti e Cateno De Luca (stampalibera.it)
Un po’ me la aspettavo, la telefonata di Cateno. Sapete com’è: preso da mille impegni, l’ho lasciato nelle mani di Antonio Pereira che, a differenza mia, non è certamente un suo fan e gliene ha scritte di tutti i colori. Tutte vere e meritate, per carità; ma è chiaro che l’improvvisa mancanza di par condicio sul blog lo ha turbato.

martedì 4 agosto 2020

SOSTIENE PEREIRA: Catenofumus dà le pagelle: i mantenuti, i riciclati, i promossi, i bocciati e i retrocessi


Di Antonio Pereira
Anche a vent'anni, quando Mario Bonsignore - sindaco - lo impose delegato provinciale del Giovanile democristiano in un finto congresso nel quartiere fieristico, succedendo al vuoto pneumatico, ma verbosissimo, di Gigi Cartagenova, aveva già l'aspetto di un becchino. Del ventenne non aveva nulla: colpa di una natura avara. Veleggia per i cinquantacinque, e continua ad avere l'aspetto di un becchino... Invecchiato.

sabato 1 agosto 2020

SOSTIENE PEREIRA: I dimissionati da Cateno, i Biscontiani, Gina e Orazio


Di Antonio Pereira

Un assessore inutile e uno superfluo. L'uno e l'altro dimissionati da Cateno. Ecco il cambio di passo, dopo tanto fumo sollevato. Via gli assessori Trimarchi e Scattareggia: un ectoplasma alla Pubblica istruzione e il vuoto pneumatico allo Sport e agli eventi di piazza e dintorni. Fuori! In questa fase costoro sono stati i nemici da individuare.

mercoledì 29 luglio 2020

SOSTIENE PEREIRA: No Roger no party, noi federeriani orfani della bellezza. E il mito di Alì. Quando lo sport è rivoluzione

di Antonio Pereira
Vi domanderete, ma non ci parli di Cateno? No, sul Tago spira una brezza atlantica che ha portato via dalla mia mente, per una volta, il guitto di Fiumedinisi, la giurista in salsa peloritana Dafne, le fobie semipatologiche legate a una recrudescenza del Covid, e tutte le pochezze messinesi. Per di più le luci rosse che adornano di notte il Ponte 25 de Abril inducono a ben altre vibrazioni e riflessioni, accompagnate da pasteis de Belem.