SOSTIENE PEREIRA: Elogio del distanziamento (a)sociale

Io credo che
quello che viene definito in modo fuorviante ed erroneo come “distanziamento
sociale”, e che in realtà è solo un “distanziamento fisico”, sia comunque una
gran cosa. Un regalo di questa emergenza sanitaria, alla stregua dei posti di
terapia intensiva che in fretta e furia è stato necessario allestire per
fronteggiarla, e che spero non vadano perduti in via strutturale. I cinquemila originari non erano – né
potevano esserlo – sufficienti, ma non potevamo saperlo, sebbene a governanti
di buon senso potesse sorgere un sospetto ma erano troppo impegnati a occupare
politicamente la sanità, specie dalle nostre parti. Realtà che ci ha fatto
arrossire di fronte ai ventottomila posti in Germania: nazione che accoglie a
braccia aperte dall'Italia medici e infermieri.
Il “distanziamento sociale” sarà quello che
verrà, intanto godiamoci questo “distanziamento fisico”: ci risparmia ipocriti
saluti tristemente affettuosi nei confronti di chi non sopportiamo e non ci
sopporta, ammorbanti vicinanze, fastidiosi abbracci, aliti pesti, compagnie
forzate. Auspico che anche in futuro quella che oggi è una imposizione possa
diventare consuetudine, ma non nutro grandi speranze. È l'accezione sociale del concetto di
distanziamento quel che più mi interessa. Personalmente sarei per l’apartheid sociale, che però andrebbe
valutata, sgomberando il campo da possibili equivoci, secondo i seguenti
canoni: gli stolti, gli ignavi, i cretini e gli evasori fiscali da una parte,
tutti gli altri in zone protette. Ma come proteggere un gruppo dall’altro? Non
si può, quindi l'operazione non potrà avere applicazione... in Italia.
Troverà invece applicazione,
eccome, il “distanziamento sociale”. Che altro non è che il tempo entro il
quale singoli e categorie recupereranno il tempo perduto, cicatrizzando le
ferite finanziarie provocate dal coronavirus. Effetti fatali per artigiani,
commercianti, lavoratori autonomi e partite Iva, liberi professionisti,
dipendenti di imprese private, anche stracolme di riserve e titoli, i cui
manager si sono tuffati nelle opportunità offerte dal "Cura Italia",
cassa integrazione straordinaria o in deroga per chiunque ne faccia richiesta.
Va da sé che i primi, sempreché
non sprofondino nella semipovertà, avranno di che soffrire per lungo tempo, i
secondi si riprenderanno in fretta. Sì, il 2020 farà registrare fatturati al di
sotto delle aspettative, ma nessuno andrà in bancarotta perché i paracaduti
sono stati aperti, i forzieri stracolmi di valuta e titoli.
L'incognita più preoccupante è
rappresentata da quegli “italiani di mezzo” che galleggiavano tra conti da
tener d’occhio e benessere: uno spettro di popolazione molto più ampio di
quanto le statistiche riescano a censire. Ebbene, costoro ne usciranno
indeboliti e al Paese mancherà quella cerniera di collegamento tra classi che
consente a chi sta “giù” di salire e a
chi sta “su” di manifestare disponibilità a dare una mano. Pagherà dazio, com’è
inevitabile, il Mezzogiorno, il cui vagone stavolta sarà definitivamente
sganciato dalla locomotiva settentrionale che si prenderà la fetta maggiore
delle risorse e comunque non avrà più né tempo né voglia di tenderci una mano
in nome della solidarietà nazionale.
Ecco cos'è a mio avviso il vero “distanziamento
sociale”, niente a che vedere con quello fisico dell'ultimo mese e mezzo, che
quantomeno relegandoci in casa ci ha evitato di incrociare chi ci sta sui
coglioni.
Ma ci consoleremo... tornandoci
ad abbracciare, raccontandoci di averla sfangata ma «certo, ora è durissima».
Sì, ma sempre per i soliti.
Antonio Pereira
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