giovedì 12 ottobre 2023

Febbre da cavallo: Cuzzocrea, una famiglia di rettori da... Guinness

 

 

«Ah regà, parlamo come un cavallo stampato. Ma poi io che leggo a fà, che leggo a fà? C’ho tutto qui ne la capoccia, so’ un computer equino, a me me dovrebbero dà ’na laurea in scienze del cavallo».

Er Pomata (Enrico Montesano), Febbre da cavallo

 

Altro che l’arancino più grande del mondo. C’è un record ben più prestigioso per il quale Messina può aspirare ad essere inserita nel Guinness dei Primati: due rettori, Diego e Salvatore Cuzzocrea, padre e figlio, costretti entrambi a dimettersi a distanza di venticinque anni perché travolti da uno scandalo. Certo, papà Diego era di un’altra levatura: fu indagato per favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio Bottari, il fatto di sangue che distrusse la reputazione dell’Ateneo peloritano e fu l’origine del “caso Messina”, e in seguito – nonostante fosse stato riconfermato con numeri “bulgari” alle successive elezioni – dovette abbandonare l’ermellino dopo essere stato accusato di aver simulato il furto della sua auto e falsificato le lettere minatorie da lui denunciate sempre in relazione all’omicidio Bottari. Sarebbe stato prosciolto da tutte le accuse dopo la morte, avvenuta a novembre del 2000 all’età di 67 anni (era nato il giorno di Ferragosto del 1933 a Seminara, in provincia di Reggio Calabria).

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Salvatore, classe ’72, anziché a Seminara è nato a Ginevra e, mentre il padre era chirurgo, ha scelto la farmacologia: una “passione di famiglia”, se si pensa che gli zii Aldo e Dino (e per un certo periodo lo stesso Diego) erano gli azionisti della Sitel, la società entrata nel lessico familiare dei messinesi per la famosa “farmatruffa del Policlinico”. Qualche anno fa, IlMaxFactor (qui il link) ha ricostruito la vicenda quando Salvatore, alla prima seduta del Senato Accademico dopo la sua elezione, si è trovato a concedere allo zio Dino una comoda rateizzazione dei 462 mila euro di danni all’Università quantificati dal Tribunale proprio per quella vicenda (un atto dovuto, vista appunto la sentenza della Magistratura). Ed essendo appunto di un’altra caratura rispetto al padre, Salvatore non è caduto a causa di un inusitato delitto di ’ndrangheta perpetrato all’interno di un luogo sacro della cultura – cosa che invero l’Università di Messina non è più da un pezzo – ma di una goffa storiaccia di rimborsi spese e... cavalli. In sintesi, anzi in soldoni visto che di soldoni si parla? Oltre 2 milioni di rimborsi spese nei cinque anni in cui ha vestito l’ermellino, oltre 120 mila euro di pagamenti nel solo 2023 da parte dell’Università alla Divaga SRL, società con sede a Viagrande e oggetto sociale “allevamento di cavalli e altri equini”, della quale Cuzzocrea è proprietario all’80 per cento (il restante 20 per cento delle quote è nelle mani della moglie Valentina Galvagni) e che è amministrata dalla madre Maria Eugenia Salvo, la “signora Cuzzocrea”, una figura così potente e temuta nell’Ateneo che persino Gaetano Silvestri, successore di Diego e futuro presidente della Corte Costituzionale, nel concedere l’appena restaurata Villa Bosurgi all’associazione “Croce del Sud” di Sergio Occhino la notte del 31 dicembre 2003 (ufficialmente per una mostra di candele, in realtà per un veglione con biglietti a 50 euro l’uno poi saltato a causa di un articolo della Gazzetta del Sud), si sarebbe giustificato con la segretaria dicendo «è una cosa della signora Cuzzocrea», in uno dei rari ma significativi inciampi del suo rettorato.

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La questione dei rimborsi spese di Cuzzocrea è stata sollevata da Paolo Todaro, sindacalista della Gilda e senatore accademico, da anni una spina nel fianco del potere di piazza Pugliatti e soprattutto del Policlinico nonostante minacce e ritorsioni (come il ricorso di Cuzzocrea contro la sua elezione in Senato  per una incompatibilità che non esisteva, o ancora come uno “strano” demansionamento deciso sotto il rettorato di Pietro Navarra per salvare le... terga del fratello, il chirurgo Giuseppe: qui il link a un’altra inchiesta de IlMaxFactor). Todaro, dopo aver constatato l’entità dei rimborsi cresciuti esponenzialmente anno dopo anno, ha inviato un esposto alla Procura, alla Guardia di Finanza, alla Corte dei Conti e persino all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione (che Cuzzocrea lo conosce piuttosto bene per aver già segnalato una serie di inadempienze e irregolarità negli appalti, in particolare affidamenti diretti “sopra soglia”, cioè per importi per i quali l’affidamento diretto non si può dare, per decine di milioni di euro). Paolo Todaro ha dichiarato all’AGI:  «Le racconto una storiella. Il dipartimento di Veterinaria aveva un bisogno di spostare un asino, arriva Cuzzocrea e fa: “Ci penso io”, poi ha chiamato il suo maneggio ed ecco la spiegazione di una fattura di 600 euro». E considerata la serietà di Todaro, magari il racconto è un po’ colorito, ma il fatto (fatturato) è vero. Come le trasferte per convegni che si trasformavano in gare o esibizioni di equitazione, disciplina nella quale pare che Cuzzocrea fosse una vera superstar.

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Viste le dimensioni del bersaglio (Cuzzocrea era anche presidente della CRUI, la Conferenza dei rettori delle Università italiane, dalla quale è decaduto con le dimissioni), la denuncia di Todaro ha avuto una grande risonanza sulla stampa; giornali, siti e televisioni nazionali ne hanno dato notizia, creando un vero e proprio caso. A stretto giro è arrivata quindi la replica sdegnata di questo Francesco Salvi degli equidi: «è tutto regolare, è la solita macchina del fango. I revisori hanno già risposto ed il Ministero pure. Sono fondi per la ricerca scientifica. L’entità dei rimborsi è legata all’entità della ricerca: 261 pubblicazioni in cinque anni, oltre 20 professori, altrettanti dottorandi e assegnisti nel gruppo. Tutte attività accertate e rendicontate, rimborsate non con fondi dell’Ateneo ma in conto terzi per la ricerca. Cioè attraverso privati che finanziano l’attività di ricerca svolta come docente, e non come rettore. Un’attività riconosciuta da Stanford tra le prime al mondo». Caso chiuso, quindi: i soldi sono meritati perché finanziano la ricerca del gruppo che fa capo al miglior rettore del mondo secondo Stanford. Peccato che qualche giorno dopo questa dichiarazione di Cuzzocrea, il manifesto pubblichi una nuova “bomba”: «Su centinaia di suoi studi – scrive Andrea Capocci – pesa il sospetto della frode scientifica. Il sito Pubpeer lo segnala da settimane. Tra le ricerche contestate anche quelle finanziate dal Ministero con fondi pubblici come “progetti di rilevante interesse nazionale” per il loro presunto elevato valore scientifico». E in effetti, a spulciare questo motore di ricerca americano che riprende i lavori pubblicati sulle riviste scientifiche, buona parte dei circa 110 articoli con Cuzzocrea tra gli autori è accompagnata dai commenti di un revisore del sito (che si firma Aneurus inconstans ed è noto da anni come specialista di ricerche scientifiche fraudolente) che segnalano qui un grafico usato più volte con risultati diversi, lì un’immagine al microscopio modificata o ripetuta, e in generale un problema di fondo: «This is just one example in a long list of problematic articles with at least one author in common», ovvero «Questo (nello specifico la clonazione di una parte dell’immagine al microscopio per coprire quella reale, verosimilmente perché già utilizzata in un altro studio) è solo un esempio di una lunga lista di articoli problematici con almeno un autore in comune». E se cliccate il link multimediale collegato alle ultime parole, scoprirete che quell’autore in comune si chiama, ovviamente, Cuzzocrea. Chissà cosa ne pensa Stanford.

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Ma non è finita: dopo le dimissioni di Cuzzocrea, sull’affaire rimborsi arriva anche l’indagine interna all’Università. La direzione generale ha infatti richiesto al Dipartimento di Scienze chimiche, biologiche, farmaceutiche e ambientali (Chibiofaram), al quale appartiene lo stesso rettore, di produrre «tutti i pagamenti effettuati dal 2018 al 2023 su tutti i progetti di cui è responsabile scientifico il prof. Cuzzocrea». Un’attività così lunga e capillare che, risponde il segretario amministrativo del Dipartimento, costringerà di fatto ad accantonare il regolare lavoro degli uffici  «per mancanza di personale». Il tutto nel bel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del rettorato, visto che il mandato di Cuzzocrea (durato ben sei anni, un “regalino” per il quale dobbiamo ringraziare un altro esimio ermellino peloritano, quel Franco Tomasello che riuscì a farsi sospendere due volte dalla Magistratura senza sentire il bisogno di dimettersi) sarebbe comunque scaduto ad aprile del prossimo anno. I candidati sono Giovanna Spatari, fedelissima di Cuzzocrea (e già del padre Diego), e Michele Limosani che invece fa riferimento all’ex rettore Pietro Navarra, epigono di un’altra dinastia di “baroni” dell’Università che conta un padre, Salvatore, vero dominus del Policlinico per un trentennio e ben tre figli professori ordinari. Cognomi già sentiti e legati ai periodi più oscuri della storia dell’Ateneo peloritano, espressione di potentati che, come IlMaxFactor raccontava prima delle ultime votazioni nel 2018 (qui il link), non sembrano avere alcuna intenzione di mollare la presa sulla città di Messina.

giovedì 27 aprile 2023

La campagna con la Venere di Botticelli è scopiazzata: che figura di... meraviglia!

 


D
a qualche giorno nel Paese virtuale (ma anche in quello reale) non si parla d’altro: la campagna #opentomeraviglia, con la Venere di Botticelli influencer che promuove le bellezze d’Italia, è un colossale flop da 9 milioni di euro. Nata praticamente già morta per il semplice fatto di essere un’idea del ministro Santanchè, criticata per il costo esorbitante, sbeffeggiata dai media internazionali per la sua banalità, praticamente vanificata dal mancato acquisto del corrispondente dominio Internet, fotoshoppata con la faccia di Vulvia (il personaggio creato da Corrado Guzzanti), ridicolizzata da uno strepitoso Stefano Accorsi che mangia un trancio di pizza in piazza San Marco e chiosa «Mavelafacevoio la pubblicità! E ci risparmiavate anche qualcosa...», insomma le è capitato di tutto, povera Venerina.



domenica 19 febbraio 2023

Basket NBA, Mac McClung: ora sì che "White Men CAN Jump"!



H
ollywood, 1992. Il regista Ron Shelton gira White Men can’t Jump (in italiano Chi non salta bianco è) con Wesley Snipes e Woody Harrelson, quest’ultimo nei panni di Billy Hoyle, un aspirante campione di basket che, dopo essere stato scartato dai professionisti, sfida i giocatori di colore nei playground di Venice Beach per soldi. Sì, perché Billy è bianco e sfrutta il pregiudizio razziale per ingannare i forti ma presuntuosi giocatori neri, primo tra tutti Sydney Deane che diventerà il suo complice dopo essere stato battuto. Alla fine, i due vinceranno un ricco torneo con un alley-oop di Sydney per Billy, a dimostrare che – contro appunto il pregiudizio dei neri – anche i bianchi saltano, eccome. Il film incassa 90 milioni di dollari (ne è costati 31), ma soprattutto diventa un cult per gli appassionati e non solo. Quattro anni dopo, Brent Barry (figlio del mitico Rick e fratello, tra gli altri, di Scooter visto alla Pallacanestro Messina) è il primo bianco a vincere la gara delle schiacciate durante l’All Star Game della NBA, replicando la famosa schiacciata a tutto campo con stacco dalla linea del tiro libero vintage Michael Jordan e guadagnandosi il nickname di “White Men CAN Jump”. Ma da ieri il soprannome non gli appartiene più, perché nell’All Star Game Weekend in corso a Salt Lake City, Mac McClung si è preso la NBA vincendo anche lui lo Slam Dunk Contest, ma con una differenza: Barry è alto 1.98 mentre McClung arriva a stento a 1,85.

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A dispetto dell’altezza, però, McClung non è un novellino della schiacciata. Con un’elevazione di un metro e 10 da fermo, infatti, il ragazzo spacca i canestri da quando aveva quattordici anni e al liceo, nella sua Gate City, disintegra tutti i record dello Stato della Virginia, compreso quello di punti in una stagione (1.153) che apparteneva alla leggenda Allen Iverson, e quello di punti in finale (47, spodestato JJ Redick). Nel frattempo, i video delle sue incredibili schiacciate fanno milioni di visualizzazioni su YouTube e, al momento di scegliere il college, tra le tante università che se lo contendono Mac va a Georgetown, proprio come il suo idolo Iverson: due anni a buon livello, poi nel 2020 la scelta di proporsi al Draft della NBA nel quale però non viene scelto e decide di tornare al college a Texas Tech. Ci riprova un anno dopo, ma ancora una volta le perplessità sul suo fisico gli precludono la pick. I Lakers lo assegnano alla squadra di G-League (dove vince il titolo di Rookie of the Year), poi lo cedono ai Chicago Bulls (dove gioca la sua prima partita fra i Pro) e quindi lo riprendono in tempo per farlo esordire in gialloviola nell’ultima gara stagionale: neanche a dirlo, sulla sirena riceve palla in contropiede e va a schiacciare in rovesciata. In questa stagione a credere in lui sono i Golden State Warriors campioni in carica, che però lo tagliano prima dell’inizio del campionato. Firma un contratto con Philadelphia per giocare nella squadra collegata di G-League e viene selezionato per la gara delle schiacciate suscitando reazioni contrastanti: Kevin Durant, ad esempio, critica la scelta perché McClung non ha ancora mai giocato nella NBA quest’anno. Poco prima dell’All Star Weekend Phila lo firma con un contratto two-way (per giocare cioè sia con i 76ers che con i Delaware Blue Coats della G-League), ma Mac non è ancora veramente un giocatore NBA. Ancora per poco.

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Quando McClung viene annunciato come uno dei quattro partecipanti allo Slam Dunk Contest, al di là delle perplessità di KD e degli insulti degli haters sono in tanti a pronosticare una sua facile vittoria nonostante gli altri si chiamino Jericho Sims (2.08), Trey Murphy III (2.03) e KJ Martin (2.01), ovviamente tutti di colore e specialisti di questo gesto atletico; tale è la reputazione di questo play-guardia con la faccia da bambino e i garretti da Tiramolla. Quello che Mac ha in serbo per la NBA e il mondo, però, va oltre qualsiasi immaginazione. Nel primo turno piazza due amici sotto il canestro, uno a cavalcioni sulle spalle dell’altro, e schiaccia a due mani in reverse afferrando il pallone da sopra le loro teste e appoggiandolo sul tabellone: subito punteggio massimo di 50.0 (i cinque giudici quest’anno votano in cinquantesimi anziché in decimi) e antifona ampiamente capita. La seconda schiacciata è un 360°, ovvero una rotazione completa del corpo dallo stacco al canestro, con chiusura bimane che gli vale “solo” 49.80 perché la grande Lisa Leslie non gli dà il massimo, ma lo qualifica comunque alla finale contro Trey Murphy. Finale in cui prima riprende la palla da sopra la testa di un compagno per la reverse double pump in cui sfiora letteralmente il ferro con la testa (50.0, neanche a dirlo) e poi, indossata la canotta di Gate City, sceglie la chiusura in grande stile: stacco frontale e addirittura un 540° – sì, un giro e mezzo del corpo – per la bimane ancora una volta in reverse. Pubblico in delirio, punteggio pieno e titolo in tasca. McClung celebra citando il famoso festeggiamento di Vince Carter dopo la storica finale del 2000: «It’s over!», accompagnato da un eloquente gesto con le mani a chiarire che non ce n’è per nessuno. Lo premia “Doctor J” Julius Erving, artista della schiacciata e leggenda proprio dei suoi Philadelphia 76ers.

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Adesso nella NBA l’opinione comune è che con questa prestazione McClung si sia comunque “guadagnato” il diritto a giocare nella Lega fino a fine stagione. Questo dipenderà dai 76ers e dal loro coach Doc Rivers; ma comunque vada, da oggi Mac è nella storia. Come il bianco che sa saltare, eccome se sa saltare.