NBA Finals: Repubblica contro Monarchia
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A.A.A. Fantasia cercasi. Citofonare Warriors e Cavs (usatoday.com) |
Quindi,
alla fine della fiera, la stagione NBA è stata inutile. I Golden
State Warriors hanno dominato a Ovest, i Cleveland Cavaliers si sono
facilmente imposti a Est e per il terzo anno consecutivo si ritrovano
alle Finals, con l’obiettivo di portarsi in vantaggio in una
rivalità ai massimi livelli che non ha precedenti nella Lega. Tanto da meritarsi quasi lo status di una lotta tra Repubblica e Monarchia.
Per
quanto possa sembrarvi incredibile, infatti, non era mai successo che
per tre stagioni in fila il titolo NBA venisse assegnato tra le
stesse due squadre: persino tra i Lakers dello Showtime e i Celtics,
avversari per tutti gli anni Ottanta, il massimo furono tre finali in
quattro anni (con Houston Rockets su una costa e Philadelphia 76ers
sull’altra a rappresentare l’alternativa), e persino la Boston
delle dieci finali consecutive tra il 1956 e il 1966 non affrontò
mai la stessa avversaria per tre anni di fila. Un segnale tutt’altro
che positivo, se si pensa che negli ultimi diciannove anni (dopo la
fine dell’era-Jordan, che vinse gli ultimi due titoli nel 1997 e
1998 battendo gli Utah Jazz), solamente cinque squadre hanno vinto la
Western Conference: 7 volte i Los Angeles Lakers, 6 volte i San
Antonio Spurs, 3 volte i Golden State Warriors, 2 volte i Dallas
Mavericks e una gli Oklahoma City Thunder. Più equilibrio a Est,
dove le finaliste nell’ultimo ventennio sono state otto, anche se
la parte del leone la fanno i Miami Heat (5 finali, 4 delle quali con
i “Big Three” LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh) e i
Cleveland Cavaliers (4 finali sempre con LeBron, la prima nel 2007);
2 volte alle Finals i New Jersey Nets, i Boston Celtics e i Detroit
Pistons, una volta Philadelphia 76ers, New York Knicks e Orlando
Magic.
Il Larry O'Brien Trophy |
Se
poi andiamo ad analizzare le vincitrici del titolo NBA nel dopo
Jordan, ne troviamo appena otto: quattro provenienti dalla Western
Conference (5 San Antonio e Lakers, uno Golden State e Dallas) e
altrettante dalla Eastern (3 Miami, uno ciascuno Detroit, Cleveland e
Boston). Su un campo di partecipanti di ben 30 squadre, con regole
come il salary cap
e con
stagioni lunghissime di 82 partite – salvo nelle annate dei due
lockout
– più i playoff, è una concentrazione molto elevata.
Se questo sia un bene o un male, non saprei dirlo; tuttavia, mi pare
la rappresentazione fedele di come nella NBA ci sia una élite
di quattro-cinque franchigie che hanno una cultura, una mentalità ma
anche una struttura di livello superiore e altre “normali”, tra
le quali una volta o due può emergere una comprimaria che assurge
occasionalmente al ruolo di protagonista.
Esaurita
la (lunga) premessa, che però ci testimonia di una NBA ormai
sbilanciata su poche squadre e ancor di più su pochi giocatori,
resta da capire che piega prenderà questa fresca ma già “rovente”
rivalità tra Golden State e Cleveland.
Strength in
numbers,
lo slogan dei Warriors, descrive bene qual è stato il livello di
dominio messo in campo dalle due squadre in questo triennio, iniziato
con il ritorno di LeBron James in Ohio e l’approdo di Steve Kerr
sulla panchina dei californiani: 207
vinte
e
appena 39 perse in
tre stagioni Golden State, 161-85
Cleveland.
Altri
hanno messo insieme numeri tutto sommato simili a quelli dei Cavs
(Toronto, addirittura meglio San Antonio nel ben più competitivo
Ovest), ma
il record nei playoff di queste due squadre è impressionante: gli
Warriors sono arrivati a queste tre finali totalizzando un record di
48-8 nei primi tre turni di post-season,
i Cavaliers addirittura di 48-5.
Dal
punto di vista tecnico, ovviamente, una variabile di un certo peso è
stata introdotta nell’equazione proprio quest’anno: si tratta –
neanche a dirlo – proprio di Durant, che si è rivelato un innesto
da Allegro Chirurgo nel sistema dei Warriors. Non è tanto il valore
del giocatore, uno dei primi tre della Lega, a far pensare
praticamente a tutti che Golden State sia favorita, ma appunto il
modo in cui si è calato nella nuova realtà fatta di motion
offense,
tiri per tutti e, soprattutto, presi al primo spazio concesso, difesa rimbalzi e contropiede,
gioia di vivere e di giocare a basket. Cleveland, che pure ha
attraversato una stagione regolare piena di alti e bassi (ricordate
il «We
need a f… point guard»,
«Ci
serve un c… di playmaker»
di LeBron?),
in
questi playoff si è compattata e arroccata intorno al suo Re, se non
al top in carriera certamente in una condizione tecnica e fisica mai
vista (32.5 punti con il 56% al tiro e un incredibile 42% da tre, 8
rimbalzi e 7 assist di media). Se Irving ne aggiunge 24.5 a serata e
Kevin Love firma una “doppia doppia” da oltre 17 punti e 10
rimbalzi a partita, è evidente che nel poco competitivo Est nessuno
possa nemmeno pensare di battere i Cavs.
Il Death Lineup dei Warriors con le quattro superstar più Iguodala |
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